• Agosto 18, 2022

Inchiesta “bomba” del Financial Times. Gli affari d’oro del vaccino covid

Il Secolo d’Italia l’ha definita “inchiesta bomba”. Si tratta dell’indagine pubblicata martedì 5 aprile dal Financial Times sul mondo sommerso dei guadagni delle multinazionali del farmaco, che la stampa ormai chiama “mangiatoia” vaccini.

Come riporta Il Fatto Quotidiano, negli ultimi due anni gli Amministratori Delegati Albert Bourla di Pfizer, Ugur Sahin di BioNtech e Stéphane Bancel di Moderna hanno visto crescere a dismisura i propri patrimoni grazie ai rialzi delle azioni ricevute come stock option, che sono stati accelerati dallo sviluppo di vaccini e farmaci per il covid. Il prezzo delle azioni di Pfizer è aumentato del 60% negli ultimi 24 mesi, mentre il valore delle azioni di Biontech è triplicato e quello dei titoli di Moderna quintuplicato. Così, grazie alle loro partecipazioni pari al 7,8% e al 17,1% delle rispettive società, Bancel di Moderna ha un patrimonio azionario di circa 5,4 miliardi di dollari e Sahin di Biontech di 7,8 miliardi.

Secondo Airfinityun gruppo di analisi finanziaria, il successo del vaccino di BioNtech/Pfizer nel 2021 ha generato ricavi per 37,5 miliardi di dollari, mentre il vaccino di Moderna ricavi per 17 miliardi di dollari. L’analisi condotta sui pacchetti di remunerazione 2020 e 2021 del top management dei produttori di vaccini mRNA mostra che, grazie alla pandemia, il CEO della Pfizer Albert Bourla ha ricevuto il maggior aumento di stipendio con una paga di 45,3 milioni nel biennio, rispetto ai 27,7 milioni del 2018-2019, quando fu promosso da direttore generale ad amministratore delegato. Negli ultimi due anni, Sahin di Biontech ha ricevuto 30,8 milioni di remunerazione rispetto a 8,5 milioni del biennio precedente. Invece la remunerazione totale di Bancel, il capoazienda di Moderna, è diminuita durante la pandemia dai 67,5 milioni di dollari del biennio 2018-2019 ai 31,1 del 2020-2021, ma solo perché nel 2018 la quotazione dell’azienda gli aveva fruttato un bonus una tantum di 58,6 milioni sotto forma di stock option. In totale, le remunerazioni dei tre manager nel 2020-2021 sono aumentate a 107,2 milioni di dollari rispetto ai 103,7 dei due anni precedenti.

I vaccini covid hanno consentito alle tre società di realizzare tassi di rendimento sull’investimento elevatissimi, anche grazie alle gigantesche sovvenzioni pubbliche. Non a caso gli amministratori delegati sono già passati almeno in parte all’incasso, approfittando dei rialzi dei titoli. Bancel ha sfruttato il fenomenale rialzo delle azioni Moderna vendendo titoli per 404 milioni di dollari sin da gennaio 2020. Bourla ha venduto azioni Pfizer per 5,6 milioni di dollari nello stesso giorno in cui la società e il partner Biontech hanno reso noto che il loro vaccino covid era efficace al 90%. Sahin di Biontech invece non ha – ancora – vendute quote significative di azioni. Le tre multinazionali, contattate dal Financial Times, hanno giustificato i bonus e gli aumenti concessi ai loro amministratori delegati con i risultati eccezionali ottenuti nel biennio pandemico, spiegando che si tratta di paghe definite in base a indicatori e obiettivi di performance. Secondo alcuni analisti, questo boom vertiginoso delle paghe ai capi azienda del settore farmaceutico non deriva però solo dal record di ricavi e di profitti realizzati con i vaccini covid, ma anche dal fatto che i pacchetti retributivi di Big Pharma stanno convergendo verso quelli di altri settori ad alto reddito, come quello bancario. Gli amministratori delegati delle principali banche di Wall Street come JPMorgan, Goldman Sachs, Morgan Stanley e Bank of America guadagnano ancora più dei capi azienda della farmaceutica, cifre nell’ordine dei 30 milioni o più ogni anno, ma la differenza si sta riducendo. Difficilmente gli investitori, specie istituzionali, voteranno contro aumenti dei pacchetti retributivi dei capi azienda che hanno consentito agli azionisti di incassare lauti dividendi. A protestare restano solo le Ong, che stigmatizzano il modello di business dei vaccini covid, che di fatto ha estromesso gran parte dei Paesi in via di sviluppo dall’accesso a questi farmaci salvavita.

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