• Gennaio 31, 2023

Il probabile nuovo Ministro che vuole Fratelli d’Italia: “vaccinatevi con le buone o lo faremo con le cattive!”

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Eletto il 25 settembre in Veneto con Fratelli d’Italia, l’ex magistrato Carlo Nordio, che i vertici di Fratelli d’Italia vorrebbero Ministro della Giustizia, è intervenuto pochi mesi fa, lo scorso 8 gennaio 2022, sul tema vaccini, con un editoriale su Il Messaggero dal titolo “Chiarezza necessaria – L’obbligo di vaccino spiegato ai No vax “.

Scrive Nordio: “Durante lo sbarco in Normandia, ai ragazzi inchiodati sulla spiaggia di Omaha dalle mitragliatrici tedesche il generale Norman Cota urlò: «Qui ci sono solo due categorie di soldati: quelli che sono morti e quelli che moriranno. Quindi alziamo il sedere e andiamo avanti!». Nei momenti cruciali, la comunicazione dev’essere chiara, motivata e convincente.

Per questo, una volta dimostrata la contagiosità di Omicron, il nostro governo avrebbe dovuto imitare il roccioso comandante americano e ammonire così i dieci milioni di italiani non ancora vaccinati: «Tra voi la distinzione è semplice: quelli che sono contagiati e quelli che si contageranno. Quindi vaccinatevi con le buone, o lo faremo con le cattive». Mancato il “Warning” è mancato il “Let’s go!” E i risultati si son visti: tre giorni fa cinquantamila positivi; l’altroieri centomila, ieri il doppio. E domani forse un milione. Con questa prospettiva, il Governo ha introdotto l’obbligo, sia pur limitato agli ultracinquantenni. Un provvedimento estremo e coraggioso, che tuttavia non è stato accompagnato da una comunicazione rapida e adeguata. Forse avrebbe convinto solo chi era già convinto. Ma almeno avrebbe eliminato alcuni dubbi ed evitato pretestuose obiezioni.

Quella principale è che l’obbligo viola i princìpi di libertà garantiti dalla Costituzione. Al che si risponde che proprio l’art. 32 della Carta prevede il trattamento sanitario obbligatorio, purché, chiarisce la Giurisprudenza, sia ragionevole, proporzionato e temporaneo. Ma la risposta non è del tutto soddisfacente: o meglio, lo è nella forma, ma non nella sostanza. Anche perché la recente legge sul testamento biologico ha ribadito il diritto a rifiutare le cure sia nel presente che nel futuro, se intervenisse l’incapacità dell’avente diritto. Insomma la cornice normativa è assai complessa, e dev’essere integrata con il quadro della situazione concreta. E questo quadro dev’essere guardato alla luce dello stesso art. 32, che definisce la salute non solo come fondamentale diritto dell’individuo ma anche come «interesse della collettività».

Interpretata alla lettera, questa norma sarebbe nulla più che una suggestione enfatica, e una vuota aspirazione metafisica: come dire che ognuno ha diritto all’amore o alla felicità. Se vogliamo invece intenderla per quello che vale (potius ut valeat quam pereat, direbbero i giuristi) essa significa due cose: in primo luogo il diritto alla cura; e poi il dovere dello Stato di fare il possibile per rimuovere gli elementi che danneggiano la salute. Lo Stato non può garantire che i nostri polmoni restino trasparenti e l’intestino integro, ma deve attivarsi per evitare, o ridurre al minimo l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e dei cibi. Naturalmente la gente si ammalerà lo stesso, e nessuno ha la pretesa di restare, su questa terra, immortale. Ma almeno lo Stato avrà fatto il possibile.

Tuttavia anche questa interpretazione si presta a un’obiezione: che molte malattie non dipendono dal caso, ma dalla nostra condotta sregolata. Gli ospedali sono pieni di enfisematosi che hanno troppo fumato, di cirrotici che hanno troppo bevuto, di diabetici che hanno troppo mangiato. Non solo. I reparti ortopedici sono occupati principalmente da vittime di incidenti cagionati dalla propria imprudenza, automobilisti disattenti, sciatori spericolati ecc. Perché allora – dicono gli irriducibili – dovremmo sottoporci al vaccino per evitare di intasare le corsie , quando queste sono occupate in gran parte da persone che se la sono, per così dire, cercata? E’ un’obiezione alla quale non si può rispondere in termini etici o sociologici, perché le repliche sarebbero infinite. Si può rispondere soltanto in termini statistici di utilità generale.

E’ verissimo che il sistema sanitario è gravato di spese che dipendono in gran parte dalla nostra condotta irregolare e persino insensata. Se tutti si astenessero dal fumo, dall’alcol, dai grassi, dagli zuccheri e da altri tipi di intemperanze, vivendo all’aria aperta in una prudente solitudine anacoretica camperemmo di più e ci ammaleremmo di meno. Gli unici a lamentarsi sarebbero i produttori di medicinali e soprattutto l’Inps, costretto a pagare pensioni a miriadi di ultranovantenni. Ma è altrettanto vero che, proprio perché non viviamo nella quiete bucolica di un paradiso perduto, e forse noioso, il sistema sanitario nazionale è progettato, o come si dice, tarato, in funzione del numero previsto di queste morbilità. In altre parole ogni Paese sapeva e sa , con buona approssimazione, quante persone si sarebbero ammalate nel presente e si ammaleranno nel prossimo futuro. Ed è sulla scorta di questi calcoli che ha eretto le sue strutture, e fino ad ora le ha fatte funzionare.

Ma il Covid ha rovesciato il tavolo, con una serie di varianti che gettano ombre sinistre sulla sostenibilità del sistema. Se con Omicron si contagiassero quei dieci milioni di individui non vaccinati, e se finisse in ospedale anche l’un per cento di loro, i centomila nuovi degenti renderebbero impossibili le cure al resto degli italiani, compresi quelli ammalatisi non per colpa propria ma per semplici cause naturali. Ed è qui che interviene l’art. 32 della Costituzione: definendo la salute «interesse della collettività» essa non si limita a salvaguardare l’integrità del singolo, ma impone di evitare un incremento di ricoveri che comprometterebbe il diritto alla cura dell’intera popolazione. L’obbligo del vaccino non ha , e non deve avere, nessun connotato etico e nemmeno solidaristico. É semplicemente lo strumento costituzionale per garantire l’interesse della collettività. 

Concludo da dove avevo iniziato. A Omaha beach il generale Cota non ha letto pomposi proclami evocando Dio, Patria e Famiglia, concetti sacrosanti, ma in quel momento inidonei. Ha detto solo le cose come stavano, e in modo tale da farsi capire. Se i suoi ragazzi non lo avessero ascoltato l’invasione sarebbe fallita, e la guerra avrebbe avuto un corso disastroso. Per fortuna lo hanno seguito spontaneamente e la battaglia è stata vinta. Forse da noi è troppo pretendere che i No vax vengano convinti con le buone. Ma proprio per questo è necessario che il governo spieghi bene perché ha dovuto usare le cattive”. 

Nato a Treviso, nel 1947, Nordio si laurea in Giurisprudenza con l’obiettivo di diventare giudice. Muove i primi passi in magistratura a partire dal 1977. Durante gli anni ’80 guida le indagini sulla presenza delle Brigate Rosse in Veneto. Il decennio seguente si sposta su Tangentopoli, sempre sul fronte veneto.

Nel nuovo millennio i processi più importanti a cui ha partecipato sono quelli legati al Mose, che segue da procuratore aggiunto di Venezia. Nel 2014 il suo lavoro porta a 35 arresti, tra cui quello di Giuseppe Galan, per 15 anni governatore del Veneto. Tempo dopo, Nordio parlerà dell’inchiesta sul Mose come di “un intervento doveroso che ha scoperchiato sprechi da far piangere e un sistema di corruzione capillare”.

Al lavoro di magistrato Nordio ha affiancato quello di studioso e teorico del diritto, che lo ha portato a diventare presidente della Commissione per la riforma del Codice penale ai tempi del ministro della Giustizia Roberto Castelli e a partecipare come consulente a diverse Commissioni parlamentari. Oltre a collaborare con riviste scientifiche e quotidiani, ha scritto diversi libri. Insieme a diverse opere accademiche e giuridiche, ha firmato anche due romanzi ispirati alla Seconda Guerra Mondiale: Overlord Operazione Grifone. È presidente della Giuria dei Letterati del premio Campiello. Di recente ha ricevuto l’incarico come consulente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla morte di David Rossi, ex capo comunicazione di banca Mps precipitato dalla finestra del suo ufficio il 6 marzo 2013.

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